Konrad, la biografia dell’etologo ed ecologista Lorenz tra oche, taccole, topi e partito nazionalsocialista

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L’arca di Konrad Lorenz. Ilona Jerger avrebbe dovuto intitolare così il suo libro sull’etologo austriaco più celebre al mondo. Un testo che straborda felice di bestiole, pennuti, topastri, canidi e di tutto il loro armamentario comportamentale istintivo, mi raccomando istintivo non acquisito, sia nell’interazione tra animali e uomo che in splendida solitaria. Konrad (Neri Pozza) comunque può bastare. Titolo secco, snello, incline ad una purezza intenzionale: nome proprio in cima a tutto – e potevano starci anche quelli dell’oca Martina, del cane Nanuk, dell’uccello Ciok – per dire che la biografia del (quasi) pioniere che sistematizzò rocambolescamente in volumi scientifici, da milioni di copie nel mondo, abitudini, atteggiamenti, azioni e reazioni di oche, taccole, castori, cinghiali e chi più ne ha più ne metta, non c’è solo talento, genialità e un pizzico di buona sorte, ma anche tiepide ombre, angoli angusti, possibili imprecisioni.

Nella fattispecie quella vicinanza con il partito nazionalsocialista tedesco negli anni Trenta, quel punto filosofico esistenziale poi mica tanto oscuro similmente alla parabola di Martin Heidegger (il filosofo nel libro appare, ne parliamo tra poco), che riemergerà carsicamente nella carriera del nostro, proprio quando l’apice professionale del Nobel (1973) lo investirà oramai settantenne e padre di un ambientalismo alla tedesca piuttosto atipico. Figlio di un ortopedico di fama internazionale (papà Lorenz aggiustava ossa anche ai presidenti statunitensi), Konrad Lorenz manifestò fin da ragazzo una propensione alla vicinanza fisica e all’ossessiva quanto naturale curiosità verso il comportamento animale. Il guizzo intellettivo, che caratterizzerà la sua “scienza gaia”, sarà proprio quello che riguarda l’osservazione sui pennuti neonati legati affettivamente a chi gli faceva subito da madre, anche se di specie diversa, “la prima cosa che corrisponde al loro monosillabico pigolio”. E Lorenz questa scoperta la effettua di persona, incubatrici, paglia, cacchette di oca in casa, vero e proprio zoo da centinaia di animali brulicanti tra giardino e salotto, caos infernale e incomprensibile per siffatto padre, affascinante e stuzzicante posa da fidanzato eccentrico per Gretl, futura moglie e medico, con lui fino alla fine dei suoi tribolati giorni. E se nell’Austria ipercattolica e oscurantista tra anni Venti e Trenta, Lorenz è visto come un frivolo e infervorato darwinista, quindi messo ai margini da qualsivoglia accademia della scienza, è solo con l’Anschluss del ’38 e il relativo repulisti che trova posto e supporto all’ateneo di Konigsberg (dove insegnava Kant) nella Prussia Orientale, fiancheggiando diverse posizioni pseudo scientifiche del nazismo, a partire dal labile concetto del “materiale umano socialmente scadente” che verrà reinterpretato nel peggior significato e colpa possibile. Lorenz finirà anche al fronte, quello russo, e lì finirà prigioniero, rimanendo in un campo di lavoro durissimo fin quasi al ’48. È lì che mostrando le sue conoscenze mediche e psicologiche si farà largo sia in termini di cura altrui, sopravvivenza materiale (saprà cosa e quali animali mangiare per non finire denutrito) e nuovo rilancio di carriera. Sarà nelle baracche oltre il Volga ghiacciato e tra le travi vista monte Ararat che Lorenz metterà ordine e scriverà L’anello di Re Salomone. L’innata spigliatezza al racconto romanzato farà la fortuna dell’etologo austriaco. E tutta quell’aneddotica animale-uomo, lucidata in prima persona singolare, diverrà il suo cavallo di battaglia anche di fronte alle fondate contestazioni.

Jerger attraversa il Novecento mitteleuropeo a cavallo delle due guerre e poi nei “gloriosi trenta”, imbastendo attorno al tassello principale di Lorenz un florilegio di personalità e vite coeve – Edmund Husserl, Lee Miller, Karl Popper, Paul Celan, Willy Brandt e appunto Heidegger – di suore coraggiose e soprattutto bestiole sincere e dirette, mai pericolose, strette proprio addosso a quel Konrad (l’amicizia con due topi durante la prigionia è emblematica) che in fondo dedicò la sua vita alla loro, proprio per spiegare, quasi fosse tutto scritto nel libro del destino genetico, che qualcuno si sarebbe occupato di loro mettendoli a livello paritario con gli uomini. Il racconto della Jerger è talvolta intervallato da alcuni flashforward nel presente per certificare le intuizioni di Lorenz, come illuminato da dettagli specifici sulla vita dell’etologo in vecchiaia che scoprì subito il valore di un testo come Primavera silenziosa (1962), dove Rachel Carson descriveva questa improvvisa cancellazione del ritmo millenario della natura intossicata dal DDT e senza più uccelli che cantano. Per Lorenz, che di oche, anatre, taccole, tucani aveva fatto un’amorevole mania, figuriamoci: come può esistere il mondo senza questi amabili versi? Di fondo rispetto a noi umani che cantiamo con la gola, gli uccelli non hanno la laringe direttamente sopra il cuore e da lì cantano? Per questo diventò una sorta di proto ambientalista ecologista con tanto di responsabilità istituzionali nel governo socialdemocratico di Brandt e fondatore di un movimento di salvaguardia del pianeta ante litteram, perfino prima della nascita dei futuri “Verdi”.

Maltempo, le barche arenate nel golfo di Baratti riprese dal drone dopo la tempesta (video)

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Los Angeles, 16 ago. – (Adnkronos) – Addio a Greg Kihn, cantante, cantautore, chitarrista e pop star della West Coast noto soprattutto per la sua hit ‘Jeopardy’. Il musicista statunitense è morto a San Francisco, in California, all’età di 75 anni in seguito alle complicazioni dell’Alzheimer. L’annuncio della scomparsa, avvenuta martedì 13 agosto, è stato dato a nome della famiglia dal suo agente Michael Brandvold.

Kihn fondeva folk, rock classico, blues e pop melodico in uno stile che ha contribuito a definire la scena musicale della San Francisco Bay Area negli anni Ottanta. Il suo primo successo fu ‘The Breakup Song (They Don’t Write ‘Em)’, che raggiunse il n. 15 della Hot 100 nel maggio 1981. La Greg Kihn Band pubblicò la ballabile ‘Jeopardy’ nel gennaio 1983, e solo ‘Beat It’ di Michael Jackson le impedì di conquistare il primo posto nelle classifiche, ottenendo così all’epoca il numero 2 della Billboard Hot 100. Molto amata da Mtv, fu rapidamente parodiata da Weird Al Yankovic con il titolo ‘I Lost on Jeopardy’, in cui comparivano persino il conduttore del game show, Art Fleming, e il suo annunciatore, Don Pardo (La canzone di Kihn parlava di una relazione andata male).

Gregory Stanley Kihn era nato a Baltimora il 10 luglio 1949. Suo padre, Stanley, era un ispettore del dipartimento sanitario della città. Assistere per la prima volta all’esibizione dei Beatles all’Ed Sullivan Show nel 1964 fu “un evento che ha cambiato la sua vita”, ha raccontato. Quando aveva 17 anni, sua madre, Jane, inviò una cassetta di una sua canzone alla stazione radio locale Wcao, grazie alla quale vinse una chitarra elettrica Vox. Nel 1974 si trasferì a San Francisco, firmò con la Beserkley Records di Matthew Kaufman e pubblicò il suo primo album, con il suo ensemble, nel 1976. Tra i suoi Lp figurano anche ‘Rockihnroll’ del 1981, ‘Kihntinued’ del 1982, ‘Kihnspiracy’ del 1983, ‘Kihntageous’ del 1984, ‘Citizen Kihn’ del 1985, ‘Love & Rock & Roll’ del 1986, ‘Mutiny’ del 1994, ‘Horror Show’ del 1996 e ‘Rekihndled’ del 2017.

“Credevo esistesse un solo tipo di vita, ho scoperto che non è così”: Alessandro, “vagamondo” che viaggia in bici, dalla via della Seta al Perù

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E se per provare a dare un senso alle nostre vite fosse necessario eliminare il superfluo? È di questo avviso Alessandro Cuneo, 24 anni, milanese, in viaggio da otto. Un’epifania precoce, che condiziona le sue scelte di vita dopo il diploma, quando, dopo cinque anni in un liceo scientifico di Milano, non solo non sa cosa fare all’università, ma sente di aver perso ogni entusiasmo tra le aule e i corridoi di quell’Istituto superiore in zona San Siro. Da Milano a Pampa Cangallo (Perù) è un passo da diecimila chilometri, e come ogni passo proverbialmente più lungo della gamba, può avere solo due esiti possibili: il pentimento di chi si renda conto di essere stato avventato, o l’entusiasmo (in questo caso ritrovato) di chi uscendo dai confini di una vita apparentemente predeterminata scardini tutte le proprie convinzioni e scompagini le precedenti priorità. Per fortuna o per destino – ché etimologicamente sono sinonimi – i sei mesi nelle Ande sono proprio il grimaldello che permette ad Alessandro di mettere in discussione la vita milanese e il suo futuro.

Sono passati otto anni da quel primo, lunghissimo passo. E da allora Alessandro il “vagamondo” – come ama definirsi – non si è mai fermato: dall’America Latina all’Asia Centrale, dal vendere pizze al raccogliere cipolle, dall’insegnamento dell’italiano al lavoro in una ricicleria nel mezzo del deserto. Nel frattempo una laurea in Scienze diplomatiche e relazioni internazionali all’Università di Bologna e l’intenzione di non fermarsi. “Prima di partire credevo esistesse solamente un tipo di vita, poi ho scoperto che non è così”, racconta a Ilfattoquotidiano.it. “Viaggiare mi ha permesso di capire quanto siamo fortunati e privilegiati a essere nati in questa parte del mondo, ma anche quanto siano relative le priorità”.

A Pampa Cangallo Alessandro fa il volontario. I locali lo chiamano Gringo, cioè straniero. C’è diffidenza, si tratta di una comunità piccola e senza avventori o turisti, in cui la maggior parte degli abitanti parla solo quechua, chiamato anche “Runa simi”, la lingua madre più utilizzata in Sud America. Con il tempo, però, quel giovane “gringo”, così diverso da loro, impara a farsi voler bene, e si ritrova circondato da amici con cui parlare con i gesti e intendersi con i fatti. Per mantenersi vende pizza nel mercato locale, lui che pur essendo italiano non ha mai fatto una pizza in vita sua: “Ogni mercoledì ne facevo circa una dozzina a casa, ma ovviamente le prime non erano buone…”, ricorda ridendo. “Non avevo mai fatto una pizza in vita mia prima di arrivare in Perù, però arrivato a Pampa Cangallo ho pensato fosse un buon modo per presentarmi e mantenermi. Loro non sapevano nemmeno cosa fosse, quindi inizialmente non vendevo quasi nulla, rimanevano tutte sul mio banco da scuola montato accanto agli altri venditori”. Alessandro ancora sorride, ripensandoci: “Per avviare questa attività avevo iniziato a regalarle, solo così hanno scoperto che non erano poi così male…”.

Dopo le prime esperienze da volontario – oltre al periodo in Perù, due mesi in Tanzania e tre mesi in Spagna – nasce il suo amore per i viaggi in bici. L’ultima impresa su due ruote è tra Azerbaijan, Georgia e Turchia, la prossima, invece, lo vedrà tornare in quel Perù dove tutto ha avuto inizio. Partendo da Almaty, in Kazakistan, Alessandro a maggio scorso ha ripercorso la storica Via della Seta attraverso Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Azerbaigian, Georgia, Turchia e Balcani. Prima di raggiungere l’Azerbaigian, ha navigato nel Mar Caspio. Poi, in Tagikistan, ha pedalato lungo la strada del Pamir, raggiungendo i 4500 metri di altitudine.

“Temevano per la mia sicurezza, invece mi sono trovato benissimo, sono popoli estremamente accoglienti. Persone che hanno veramente poco ma hanno un cuore immenso”, racconta. “Non ho mai legato la mia bicicletta. Anche perché nella catena è entrata la terra, quindi non si apriva… e non ho avuto nessun problema”, ricorda Alessandro. “Solamente tanta ospitalità e tanti sorrisi. Anche perché loro non parlano inglese, io non parlo né russo né le lingue locali e quindi si comunicava con il sorriso”. Ma non è il solo insegnamento che gli riserva l’antica via. Lo rivela con un tono divertito, ma sincero. Con la serietà di chi sa ammettere i propri limiti e dà valore anche alle piccole virtù, come le definirebbe Natalìa Ginzburg: più prosasticamente impara anche a cambiare una camera d’aria senza l’aiuto di nessuno. “Pur amando andare in bici, sono totalmente ignorante dal punto di vista pratico e meccanico. Poi mi sono trovato in mezzo al nulla con la camera d’aria bucata, e giocoforza ho imparato a cavarmela”.

Nel frattempo Alessandro frequenta la magistrale in Sviluppo Globale e Cooperazione Internazionale. Molti dei suoi viaggi sono organizzati proprio dall’Università di Bologna, grazie alle borse di studio Erasmus+, che comprendono una quota finanziata dall’Unione Europea e un contributo erogato dal ministero. È così che studia per sei mesi in Costa Rica, è così che studia per altri sei mesi in India. Ed è ciò che consiglia anche ai giovani universitari: “Il mio consiglio è di buttarsi. Lo so che non è facile. Io sono stato facilitato dal fatto che mi trovavo talmente male dov’ero, da non avere fondamentalmente alternative, ma ci sono tantissimi progetti di volontariato ovunque, non solo in America Latina, anche in Europa, quindi vicino a casa nostra”, spiega.

Ma Alessandro non si limita a questo, e negli anni di viaggio lavora e si reinventa. Non solo pizzaiolo casalingo sulle Ande, ma anche insegnante di italiano in Costa Rica, maestro di inglese in Tanzania, raccoglitore di cipolle in Toscana. Di quest’ultima esperienza, in particolare, porta con sé il ricordo dei colleghi, ragazzi del Gambia con una storia migratoria complessa alle spalle: “Ho passato un mese in Toscana a raccogliere cipolle insieme a due ragazzi del Gambia. È stata un’esperienza estremamente formativa, soprattutto perché ho potuto ascoltare le loro storie. Nonostante il lavoro fosse durissimo – lavoravamo 10 ore al giorno con una piccola pausa pranzo di mezz’ora – ogni mattina mi svegliavo alle cinque con il sorriso perché sapevo che li avrei incontrati”.

Quando si viaggia da soli, i momenti di sconforto e di dubbio sono inevitabili. Non solo: sono il segno, secondo Alessandro, che ciò che si sta facendo è utile. Che i passi che si stanno compiendo sono significativi. Tra i momenti di difficoltà, il ricordo delle rivolte in Cile. Durante il primo viaggio Alessandro lavora come manutentore in un parco di riciclaggio nel nord del Paese, ad Antofagasta. È l’autunno del 2019, il periodo delle cosiddette “Estallido social”, una serie di manifestazioni sfociate in scontri contro l’aumento dei costi e la corruzione. Il 18 ottobre l’allora presidente del Cile Sebastián Piñera annuncia lo stato di emergenza, inizialmente riguardante la sola capitale, e poi esteso ad altre città, tra cui Antofagasta stessa. Durante una notte i protestanti bloccano la Panamericana (un sistema integrato di strade che si sviluppa prevalentemente lungo la costa pacifica dei continenti centro e sudamericano, ndr), incendiano il centro della città e Alessandro e un altro volontario rimangono bloccati nel parco di riciclaggio per tre giorni. Non sa cosa fare, la sensazione è di impotenza: la preoccupazione non è per le proteste, racconta, ma per i suoi genitori, con i quali non riesce a mettersi in contatto. Ma c’è anche la sensazione, netta, di essere nel mondo e nella storia. E di non poter tornare indietro uguali a prima.

Quando tutto ha avuto inizio, con il primo passo da diecimila chilometri, Alessandro non sapeva cosa sarebbe diventato “da grande”. Una domanda con cui spesso ci si riempie la bocca, dando per scontato che il percorso di tutti sia lineare e che il lavoro sia la meta designata. Sono passati otto anni, e il “Gringo” ancora non sa cosa sarà “da grande”. Del resto, come da monologo finale di The Big Kahuna, “le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno”. Forse Alessandro sarà un quarantenne che non sa cosa fare. O forse, sarà un quarantenne che avrà sempre un’avventura da raccontare ai propri amici. Nel dubbio, però, ora continua a pedalare. Leggero, eliminando il superfluo.

Ti ricordi… il bomber Alan Shearer e il finto arrivo al Genoa di Preziosi: così il “Secolo XIX” cascò nella leggendaria bufala di mercato

“Altro che botto, è una vera Santa Barbara”. Scriveva così vent’anni fa il Secolo XIX parlando del mercato del Genoa, e aveva ragione: il club da poco era stato rilevato da Enrico Preziosi, per la nuova stagione, accanto al già fortissimo Diego Milito arrivato a gennaio, aveva preso nientepopodimeno che Alan Shearer. Se Milito già si intuiva fortissimo, ma avrebbe dimostrato solo negli anni a venire che splendido attaccante fosse, Shearer era un vero e proprio monumento al gol. Certo, aveva 33 anni, ma era perfettamente integro fisicamente e in grado di fare 28 gol in 52 partite in una sola stagione col suo Newcastle, tra Premier League e Coppa Uefa, dove i Magpies erano arrivati fino in semifinale. Insomma, Milito–Shearer per una squadra di Serie B non era una coppia d’attacco ma effettivamente “una vera Santa Barbara”. Una notizia da far tremare i polsi ai tifosi genoani, che si riversano in massa sul mezzo di comunicazione preferito di quel momento ancora ante-social: i forum a tema.

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L’eccitazione è tanta, in quelle giornate di giugno rotte da quella bomba di mercato: per il valore della punta, per la squadra che si stava allestendo, perché arrivava un campione che avrebbero fortemente voluto i cugini blucerchiati qualche anno prima. Già, perché Alan Shearer si era messo in mostra negli anni del Blackburn Rovers: a suon di gol era riuscito a portare il titolo nel Lancashire dopo ottant’anni dall’ultima volta e a metà degli anni Novanta era uno dei centravanti più bramati d’Europa, vecchio pallino dell’avvocato Agnelli, che tuttavia non era riuscito a portarlo alla Juventus, perché il giocatore era innamorato di un’altra maglia bianconera. Nel ’96, quando deve lasciare Blackburn, lo vogliono un po’ tutti: la Juve e il Manchester United, squadre che gli garantirebbero vittorie e prestigio, e poi club che ambiscono ad essere grandi come la Roma di Franco Sensi e la Sampdoria di Enrico Mantovani. Ci provano seriamente i blucerchiati, ma nulla, Shearer non sente ragioni: è un “geordie” doc, e quando arriva la chiamata del Newcastle non esita un istante. “Non vincerò più niente in carriera? Fa nulla, ma io da qui non me ne andrò mai più” dirà a chi gli fa notare che cuore e ambizione portavano su strade differenti.

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Una storia d’amore che quindi, a leggere il Secolo XIX, si sarebbe dovuta interrompere nel 2004, con Shearer pronto a vestire la maglia rossoblù salutando Newcastle upon Tyne a 34 anni. Tutto fatto: “Firma fino al 2007”, scrive il quotidiano genovese, che riporta una presunta conferma arrivata dallo stesso Enrico Preziosi in tarda serata. Nell’articolo viene relegato alle righe finali l’acquisto del povero Vittorio Tosto, passato totalmente in secondo piano. C’è solo un problema: Tosto a Genova ci arriverà davvero, Shearer no. E non per qualche intoppo dell’ultimo minuto, ma perché una trattativa non c’era mai stata e neppure un interessamento. Il giorno dopo infatti l’inglese cadrà dalle nuvole: “Ho letto di questa notizia, ma non c’è nulla di vero. Il prossimo sarà il mio ultimo anno da calciatore e voglio provare a vincere qualcosa con il Newcastle”. In realtà Shearer di stagioni con i Magpies ne giocherà altre due, facendo altri 33 gol, diventando capocannoniere della Coppa Uefa 2005 ma senza vincere nulla. E senza andare al Genoa.

Uno scherzo, già: fu uno scherzo quello che a giugno 2004 agitò i sogni dei genoani. Una voce come tante aveva preso a girare, e i giornalisti del Secolo avevano giustamente deciso di verificarla direttamente alla fonte, chiamando il presidente Enrico Preziosi, o meglio la sua portavoce. Interrogato in proposito Preziosi pensò che fosse uno scherzo e decise di replicare facendo altrettanto: “Sì sì, tutto vero, contratto fino al 2007” e via le pagine, gli annunci, il tam tam sui forum e nei bar. Poi il risveglio, e Preziosi che spiega la burla: “Mai stato nei nostri sogni: mi chiamano “The Joker” e al Joker piace scherzare. E l’altra sera ho giocato” dirà il presidente rossoblù. Dal mercato arriverà Ciccio Cozza, il Genoa verrà promosso in A sul campo, e poi retrocesso in C1 per illecito sportivo. Milito e Shearer non hanno mai giocato assieme, purtroppo.

Vola per due giorni in aereo senza biglietto: ecco come ha fatto

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Un cittadino norvegese di 39 anni è riuscito nell’impresa di volare per due giorni consecutivi senza biglietto, eludendo i controlli di sicurezza all’aeroporto internazionale Franz Josef Strauss di Monaco di Baviera. Il suo “trucco”? Semplicemente avvicinarsi ad altri passeggeri e seguirli a bordo dell’aereo. Il primo tentativo è avvenuto il 4 agosto, ma l’aereo era pieno e l’uomo è stato scoperto e consegnato alla polizia. Nonostante ciò, è stato rilasciato e il giorno successivo ha ritentato la stessa strategia, riuscendo questa volta a imbarcarsi su un volo Lufthansa per Stoccolma.

Una volta arrivato a destinazione, è stato nuovamente arrestato, ma solo perché ha attirato l’attenzione cercando di tornare subito a Monaco. La polizia tedesca ha dichiarato che l’uomo non rappresentava un pericolo e non aveva intenzione di disturbare il traffico aereo. L’aeroporto di Monaco ha avviato un’indagine per capire come sia stato possibile eludere i controlli automatici della carta d’imbarco e ha promesso di rafforzare la sicurezza e la presenza di personale addetto all’imbarco.

Questo episodio solleva preoccupazioni sulla sicurezza aeroportuale, soprattutto considerando che non è il primo problema che l’aeroporto di Monaco ha dovuto affrontare quest’anno. A maggio, infatti, l’aeroporto era stato paralizzato da attivisti pro clima che si erano incollati alle piste, bloccando il traffico aereo per diverse ore

Firenze, bullo fratturò le braccia a un ragazzino, i genitori condannati “per carenze educative”

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    <strong>FIRENZE -</strong> Il tribunale civile di Firenze ha condannato al risarcimento dei danni i genitori di un adolescente, minorenne, che in un episodio di bullismo causò fratture a entrambe le braccia a un ragazzino più piccolo, di due anni meno, per averlo affrontato e spinto a terra provocandogli le doppie rotture di ulna e radio e una prognosi di 40 giorni.

La sentenza è stata emessa dal giudice onorario Micaela Picone, riportata dal Corriere Fiorentino: si tratta della terza sentenza simile emessa nel giro di pochi mesi dal tribunale di Firenze.

L’aggressione durante una partita

In questo caso i genitori devono risarcire 22.000 euro di danni materiali e morali alla famiglia della vittima, più le spese legali. L’episodio risale a circa quattro anni fa e avvenne durante una partitella di calcio ai giardini di via Circondaria, zona ex Macelli comunali. A un certo punto l’aggressore interruppe il gioco ed ebbe un alterco con la vittima, un ragazzino meno robusto e più giovane di età, che lui spinse con notevole violenza a terra tanto da rompergli le ossa degli avambracci. Al processo i testimoni, anche adulti, hanno confermato il fatto.

L’obbligo di educazione

Per la sentenza i genitori hanno responsabilità educative alla base dell’aggressione. “L’obbligo di vigilanza per i genitori del minore non si pone come autonomo rispetto all’obbligo di educazione, ma va correlato a quest’ultimo”, riporta la sentenza, “i genitori devono vigilare che l’educazione impartita sia consona e idonea al carattere e alle attitudini del minore, e che quest’ultimo ne abbia tratto profitto”. Quindi, anche se i genitori dell’aggressore non erano presenti, per il tribunale di Firenze l’atto violento compiuto dal figlio verso l’altro ragazzo è conseguenza delle loro responsabilità educative.

Esplosione all’interno di una casa a Porto Cesareo (Lecce), tre turisti feriti gravemente

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(Adnkronos) – Giornata cruciale oggi, giovedì 15 agosto 2024, a Doha in Qatar nel tentativo di stabilire un cessate il fuoco a Gaza e sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi mentre il conflitto non si ferma. Le forze armate israeliane hanno emesso un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nell’area di Khan Younis.

Hamas ha ribadito che non sarà presente ai colloqui con Israele, condotti con la mediazione di Stati Uniti, Egitto e Qatar, ma è disposto a essere informato in seguito sui punti affrontati.

I colloqui di oggi sono considerati un momento cruciale nel tentativo di assicurare un cessate il fuoco e facilitare uno scambio di ostaggi nel conflitto di Gaza. Si spera che una svolta possa anche prevenire un significativo attacco di ritorsione da parte dell’Iran contro Israele e una sostanziale escalation della guerra.

Hamas sta perdendo fiducia nella capacità degli Stati Uniti di mediare e parteciperà ai colloqui di Doha solo se si concentreranno sull’attuazione della proposta di Joe Biden presentata a maggio e sostenuta dalla comunità internazionale. “Abbiamo informato i mediatori – ha detto Osama Hamdan, membro dell’ufficio politico di Hamas, in un’intervista all’Ap rilanciata da vari media – che ogni incontro dovrebbe essere basato sulla discussione riguardante l’attuazione dei meccanismi e le scadenze, piuttosto che negoziare qualcosa di nuovo”. “Altrimenti – ha ammonito – Hamas non vede ragioni di partecipare”.

Durante un breve cessate il fuoco, sono stati liberati oltre 100 ostaggi, tra cui soprattutto donne e anziani. Secondo i calcoli israeliani, Hamas detiene ancora 115 ostaggi, molti dei quali potrebbero non essere più in vita. Alla vigilia dei colloqui, Israele avrebbe stilato una lista di nomi dei 33 ostaggi vivi che insiste a rilasciare nella prima fase dell’accordo.

Intanto il gabinetto di sicurezza israeliano dovrebbe riunirsi questa sera alle 21 presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, hanno riferito i media israeliani. La riunione del gabinetto dovrebbe svolgersi approssimativamente nello stesso momento dei colloqui a Doha.

Intanto le forze armate israeliane hanno emesso un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nell’area di Khan Younis nella Striscia di Gaza meridionale, dove l’Idf sta attualmente conducendo un’offensiva.

A quanto riporta The Times of Israel, il colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’Idf, ha pubblicato un elenco delle zone che devono essere evacuate. L’annuncio chiede ai palestinesi nel sobborgo di Khan Younis di al-Qarara di evacuare nella zona umanitaria designata da Israele.

Almeno due palestinesi sono invece rimasti uccisi in quella che l’esercito israeliano ha definito un’operazione antiterrorismo a Nablus, scattata nella notte di mercoledì. Durante l’operazione, ha affermato l’Idf, i soldati sono stati presi di mira e hanno risposto sparando. In precedenza l’emittente Al Jazeera riferiva di un bombardamento israeliano con vittime sul campo profughi di Balata, nel centro-nord della Cisgiordania, alla periferia di Nablus.

Un drone dell’aeronautica militare israeliana ha attaccato militanti palestinesi armati nel campo profughi di Balata a Nablus, in Cisgiordania, ha scritto la stazione radio dell’esercito su X, riferendo di due terroristi uccisi e 4 feriti. Le forze armate israeliane, si spiega, hanno avuto uno scontro a fuoco con terroristi che hanno sparato e lanciato ordigni esplosivi improvvisati.

Oltre 40mila vittime palestinesi dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele. La cifra precisa, fornita dal ministero della Salute di Gaza, è di 40.005 vittime.

Ius scholae, Tajani: “Esiste anche una destra che crede in chi ha altre origini e vive qui”. Lega e Fdi chiudono: “Nessuna riforma”

“La nostra posizione è sempre stata a favore dello ius scholae, che non è una scorciatoia né una cosa di sinistra”. In un’intervista al Messaggero, il vicepremier e segretario di Forza Italia Antonio Tajani alimenta lo scontro nel governo ribadendo l’apertura del suo partito alla riforma della cittadinanza, tema tornato al centro del dibattito grazie ai successi azzurri alle Olimpiadi di Parigi, conquistati in molti casi da atleti italiani di seconda generazione, dalle pallavoliste Paola Egonu e Myriam Sylla ai velocisti dell’atletica Fausto Desalu e Chituru Ali, solo per dirne alcuni. Nonostante vari tentativi di cambiare la legge (sempre abortiti) in Italia vige ancora lo ius sanguinis, cioè la trasmissione della cittadinanza da parte dei genitori (o anche di uno solo di essi). Ora il leader azzurro – dopo le uscite individuali di alcuni parlamentari – mette la faccia sul tema, anche se precisa che non farà certo le barricate anche perché dentro il centrodestra è in minoranza come dimostrano le reazioni immediate di Lega e Fratelli d’Italia.

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Cos’è lo ius scholae? Permettere di acquisire la cittadinanza agli stranieri nati in Italia al termine di uno o più cicli scolastici. Secondo Tajani “è sempre stato un principio caro a Berlusconi, non è una svolta a sinistra né vuole essere uno strumento polemico”. Il principio di fondo: “Io sono impegnato contro l’immigrazione irregolare e nella difesa della legalità da ogni fenomeno criminale – dice Tajani al Messaggero – E guai a essere lassisti nella concessione della cittadinanza. Ma la forza del nostro Paese e le sue potenzialità economiche derivano anche dalla capacità di saper integrare persone che arrivano da fuori”. Il segretario forzista dice di riferirsi al “modello dell’antica Roma” che, spiega, di “una modernità impressionante: diventare cittadino romano era un sogno per milioni di persone e la legge regolava questo sogno. La grande apertura, senza discorsi di etnia o razza ma restando rigidissimi nella pretesa del rispetto delle regole, è quella che rende una nazione competitiva“. Parlando di questi temi naturalmente Forza Italia si smarca dai caratteri della destra impersonata da Salvini e Meloni. “E’ sbagliato – dice Tajani – l’assioma per cui non può esistere una destra conservatrice che crede nella forza e nelle potenzialità di chi ha altre origini ma appartiene completamente al Paese in cui ha scelto di vivere e per cui ha scelto di lavorare”.

Le dichiarazioni del vicepremier, per quanto timide, sufficienti a rialzare la tensione sul tema col resto delle forze di maggioranza, che alzano un muro a qualsiasi ipotesi di riforma. “La gente vota centrodestra proprio per garantirsi che non venga cambiata la legge sulla cittadinanza, che c’è e funziona benissimo. Non c’è motivo al mondo per modificarla, e finché saremo noi al governo di certo non succederà“, assicura Nicola Molteni, sottosegretario leghista agli Interni, in un’intervista al Giornale. Che sulla posizione di Forza Italia è gelido: “Non giudico le idee degli altri. Dico solo che come maggioranza di governo dovremmo essere contenti perché i dati sull’immigrazione sono positivi, siamo tornati ad essere protagonisti nel Mediterraneo, mi pare assurdo che ci dividiamo sullo ius soli. Di certo su questo la Lega non farà mai passi indietro: abbiamo bloccato il tentativo del governo Draghi di rivedere la legge, figuriamoci se lo possiamo permettere con un governo di centrodestra”.

Sulla stessa linea un altro esponente di peso del Carroccio, l’ex ministro e vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio: “Le dichiarazioni del sottosegretario Molteni esprimono al meglio la posizione della Lega in materia”, dice a affaritaliani.it. “La cittadinanza italiana viene già concessa dopo un percorso importante che permette a un 18enne di decidere se diventare cittadino italiano o no. È già un percorso virtuoso e non vedo i motivi per cambiarlo. Questo argomento non può essere all’ordine del giorno di un governo di centro destra che ha già delle priorità da risolvere per migliorare questo Paese”, taglia corto. Mentre da Fratelli d’Italia a chiudere è la deputata Grazia Di Maggio, ospite di Agorà estate su Rai 3: “Il tema di aprire ad altre forme di cittadinanza è complesso, soprattutto di fronte ad una sinistra che tenta di sfruttare e politicizzare ogni argomento anche in modo maldestro. Non sono queste le modalità; per noi non ci sono le condizioni, i prerequisiti necessari per aprire a un tema così delicato come lo ius scholae”.

L’acme dello scontro tra le varie anime della maggioranza di governo si era verificato da una parte con le uscite intempestive (eufemismo) dell’eurodeputato leghista Roberto Vannacci proprio nei minuti in cui l’Italia festeggiava la storica medaglia d’oro ai Giochi olimpici e dall’altra le risposte più che ruvide del capogruppo berlusconiano al Senato Maurizio Gasparri: “Ci vuole talento per criticare Egonu” aveva detto, evocando “un vuoto all’interno della scatola cranica“.

A favore del passo in avanti di un pezzo di centrodestra è il Partito Democratico. “Era abbastanza prevedibile che con le Olimpiadi e prima ancora con gli Europei la questione avrebbe avuto un risalto importante. Al momento noi abbiamo già depositato una mozione che doveva andare in aula a luglio, ma è slittata” dice Mauro Berruto, ex commissario tecnico della pallavolo maschile, che ha condotto alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 2012. E’ stato protagonista, nelle ore scorse, di un divertente scambio social con il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan: quest’ultimo su twitter avanzava il dubbio che il Pd non avesse la stessa passione per la riforma della legge sulla cittadinanza quando 12 anni fa l’Italvolley schierava Ivan Zaytsev italiano nato da genitori stranieri, e altri giocatori nati fuori dal Paese ma cresciuti qui, come Michał Łasko. “Quelli del Pd le vedevano le Olimpiadi prima di Parigi?” si è chiesto Malan. “No, non le vedevo. Le facevo” ha risposto Berruto, che ora è responsabile sport del Pd. Proprio Zaytsev, l’altroieri, commentando l’atto di quei poveretti che hanno imbrattato il murale dedicato a Egonu, ha ribaltato il ragionamento portato da un pezzo della destra. “Qualcuno dirà che sono pochi ma rumorosi (quelli che attaccano la pallavolista padovana, ndr), che sono solo ignoranti o invidiosi ma la verità è che mai nessuno mi ha offeso per il colore della mia pelle o per i miei capelli biondi tipicamente ‘italiani’”.

Berruto spiega che, depositata in Parlamento, resta anche una proposta di legge con tre condizioni per la cittadinanza. “Nel campo sportivo, la premessa è che tu sia un atleta di interesse nazionale. A quel punto hai diritto alla cittadinanza se hai concluso un ciclo di cinque anni scolastici nel nostro paese; oppure se hai il doppio ius soli, ovvero se sei nato in Italia da almeno un genitore nato in Italia. La terza possibilità è essere figlio di almeno uno dei genitori regolarmente in Italia da più di un anno. Se rientri in uno di questi tre casi, puoi chiedere il passaporto italiano prima di avere 18 anni”. “E’ chiaro che l’accesso a un diritto non può essere basato su un talento sportivo – spiega ancora Berruto -. Però proprio i fatti di questi giorni dimostrano che lo sport può essere una chiave per aprire una porta chiusa“.

Questo tema unisce il cosiddetto “campo largo”. A favore sono Italia Viva, Azione, +Europa, naturalmente Verdi-Sinistra e proprio lo ius scholae è una proposta “storica del M5s” come ricorda l’europarlamentare Gaetano Pedullà: “Con il presidente Conte abbiamo chiesto con forza e da tempo questo passo in avanti di civiltà. Le posizioni medievali di una certa destra sono oscurantismo, noi cerchiamo di far compiere passi in avanti al Paese”. Difficile però che all’orizzonte possa comparire una votazione su un provvedimento simile proprio perché metterebbe a repentaglio la tenuta del governo.

Ius scholae, ius soli, ius sanguinis: come funziona oggi la legge sulla cittadinanza e quali sono le alternative per riformarla

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(Adnkronos) – Giornata cruciale oggi, giovedì 15 agosto 2024, a Doha in Qatar nel tentativo di stabilire un cessate il fuoco a Gaza e sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi mentre il conflitto non si ferma. Le forze armate israeliane hanno emesso un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nell’area di Khan Younis.

Hamas ha ribadito che non sarà presente ai colloqui con Israele, condotti con la mediazione di Stati Uniti, Egitto e Qatar, ma è disposto a essere informato in seguito sui punti affrontati.

I colloqui di oggi sono considerati un momento cruciale nel tentativo di assicurare un cessate il fuoco e facilitare uno scambio di ostaggi nel conflitto di Gaza. Si spera che una svolta possa anche prevenire un significativo attacco di ritorsione da parte dell’Iran contro Israele e una sostanziale escalation della guerra.

Hamas sta perdendo fiducia nella capacità degli Stati Uniti di mediare e parteciperà ai colloqui di Doha solo se si concentreranno sull’attuazione della proposta di Joe Biden presentata a maggio e sostenuta dalla comunità internazionale. “Abbiamo informato i mediatori – ha detto Osama Hamdan, membro dell’ufficio politico di Hamas, in un’intervista all’Ap rilanciata da vari media – che ogni incontro dovrebbe essere basato sulla discussione riguardante l’attuazione dei meccanismi e le scadenze, piuttosto che negoziare qualcosa di nuovo”. “Altrimenti – ha ammonito – Hamas non vede ragioni di partecipare”.

Durante un breve cessate il fuoco, sono stati liberati oltre 100 ostaggi, tra cui soprattutto donne e anziani. Secondo i calcoli israeliani, Hamas detiene ancora 115 ostaggi, molti dei quali potrebbero non essere più in vita. Alla vigilia dei colloqui, Israele avrebbe stilato una lista di nomi dei 33 ostaggi vivi che insiste a rilasciare nella prima fase dell’accordo.

Intanto il gabinetto di sicurezza israeliano dovrebbe riunirsi questa sera alle 21 presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, hanno riferito i media israeliani. La riunione del gabinetto dovrebbe svolgersi approssimativamente nello stesso momento dei colloqui a Doha.

Intanto le forze armate israeliane hanno emesso un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nell’area di Khan Younis nella Striscia di Gaza meridionale, dove l’Idf sta attualmente conducendo un’offensiva.

A quanto riporta The Times of Israel, il colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’Idf, ha pubblicato un elenco delle zone che devono essere evacuate. L’annuncio chiede ai palestinesi nel sobborgo di Khan Younis di al-Qarara di evacuare nella zona umanitaria designata da Israele.

Almeno due palestinesi sono invece rimasti uccisi in quella che l’esercito israeliano ha definito un’operazione antiterrorismo a Nablus, scattata nella notte di mercoledì. Durante l’operazione, ha affermato l’Idf, i soldati sono stati presi di mira e hanno risposto sparando. In precedenza l’emittente Al Jazeera riferiva di un bombardamento israeliano con vittime sul campo profughi di Balata, nel centro-nord della Cisgiordania, alla periferia di Nablus.

Un drone dell’aeronautica militare israeliana ha attaccato militanti palestinesi armati nel campo profughi di Balata a Nablus, in Cisgiordania, ha scritto la stazione radio dell’esercito su X, riferendo di due terroristi uccisi e 4 feriti. Le forze armate israeliane, si spiega, hanno avuto uno scontro a fuoco con terroristi che hanno sparato e lanciato ordigni esplosivi improvvisati.

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Usa, Biden e Harris annunciano l’accordo: verranno ridotti i prezzi di dieci farmaci per gli anziani

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Hamas ha ribadito che non sarà presente ai colloqui con Israele, condotti con la mediazione di Stati Uniti, Egitto e Qatar, ma è disposto a essere informato in seguito sui punti affrontati.

I colloqui di oggi sono considerati un momento cruciale nel tentativo di assicurare un cessate il fuoco e facilitare uno scambio di ostaggi nel conflitto di Gaza. Si spera che una svolta possa anche prevenire un significativo attacco di ritorsione da parte dell’Iran contro Israele e una sostanziale escalation della guerra.

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Durante un breve cessate il fuoco, sono stati liberati oltre 100 ostaggi, tra cui soprattutto donne e anziani. Secondo i calcoli israeliani, Hamas detiene ancora 115 ostaggi, molti dei quali potrebbero non essere più in vita. Alla vigilia dei colloqui, Israele avrebbe stilato una lista di nomi dei 33 ostaggi vivi che insiste a rilasciare nella prima fase dell’accordo.

Intanto il gabinetto di sicurezza israeliano dovrebbe riunirsi questa sera alle 21 presso il quartier generale militare di Kirya a Tel Aviv, hanno riferito i media israeliani. La riunione del gabinetto dovrebbe svolgersi approssimativamente nello stesso momento dei colloqui a Doha.

Intanto le forze armate israeliane hanno emesso un nuovo ordine di evacuazione per i palestinesi nell’area di Khan Younis nella Striscia di Gaza meridionale, dove l’Idf sta attualmente conducendo un’offensiva.

A quanto riporta The Times of Israel, il colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’Idf, ha pubblicato un elenco delle zone che devono essere evacuate. L’annuncio chiede ai palestinesi nel sobborgo di Khan Younis di al-Qarara di evacuare nella zona umanitaria designata da Israele.

Almeno due palestinesi sono invece rimasti uccisi in quella che l’esercito israeliano ha definito un’operazione antiterrorismo a Nablus, scattata nella notte di mercoledì. Durante l’operazione, ha affermato l’Idf, i soldati sono stati presi di mira e hanno risposto sparando. In precedenza l’emittente Al Jazeera riferiva di un bombardamento israeliano con vittime sul campo profughi di Balata, nel centro-nord della Cisgiordania, alla periferia di Nablus.

Un drone dell’aeronautica militare israeliana ha attaccato militanti palestinesi armati nel campo profughi di Balata a Nablus, in Cisgiordania, ha scritto la stazione radio dell’esercito su X, riferendo di due terroristi uccisi e 4 feriti. Le forze armate israeliane, si spiega, hanno avuto uno scontro a fuoco con terroristi che hanno sparato e lanciato ordigni esplosivi improvvisati.

Oltre 40mila vittime palestinesi dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele. La cifra precisa, fornita dal ministero della Salute di Gaza, è di 40.005 vittime.